Il ‘ritorno’ di Castromediano nel romanzo storico di Giuseppe Pascali

 

Addentrarsi in un’atmosfera rinascimentale è d’obbligo soprattutto quando si visita il Palazzo Ducale di Cavallino, un paesino nella provincia di Lecce. È magnifico: sembra di rivivere quest’epoca e immediatamente ti trovi protagonista del romanzo di Giuseppe Pascali “Il sigillo del marchese”.
È una storia appassionante che affascina quella di Beatrice Acquaviva d’Aragona, marchesa di Caballino e sposa di Francesco Castromediano. Tra storia e leggenda si dipana la trama. Fluente, dettagliata, attenta ad evidenziare i particolari tenendo col fiato sospeso fino alla conclusione è la penna di Pascali.

Il lettore è ammaliato non soltanto dal romanzo, ma dalla cultura che si respira leggendolo.
Ricorda gli Aragonesi e il loro dominio nel sud d’Italia, l’antico mondo feudale, il potere ecclesiastico che nel meridione risuona imperante. La nobil donna Beatrice regalò a Caballino anni di prosperità durante il marchesato, amata dai suoi sudditi per la grande generosità e devozione, ne piansero sentitamente la morte improvvisa. È bellissimo oltreché singolare l’amore tra i due donna Beatrice e don Francesco, commuove la premura dell’amato accanto al capezzale della bella e buona moglie, così quando si legge: «La marchesa accarezzò il viso del marito, dalla guancia fino a scendere dal pizzo, con un sorriso smarrito: un gesto implorante che si tradusse in una stretta di dolore al cuore del marchese». (p. 25).

Il marchese don Francesco amava molto Beatrice: «Non ho amato nessuna donna nella mia vita come la mia sposa, il nostro è stato un amore voluto dal cielo, un’unione che deve restare eterna» (p. 62) e perché ciò avvenga richiede uno strano rito addirittura ritenuto blasfemo da padre Bonaventura, ma che attrarrà il lettore immergendolo incantato in un’ambientazione che sembra richiamare il romanzo “Il nome della rosa”.
Sa di misticismo, sono pagine che profumano di purezza, intensità, l’animo si eleva in una sorta di ascetismo misto a poesia. L’idillio si rompe quando il profano si abbatte sul sacro e tra il palazzo dei Catromediano di Caballino (oggi Cavallino) e il palazzo degli Altomonte di Lecce il romanzo si legge e si vive appassionatamente.

Giuseppe Pascali delinea i personaggi con stile, primeggiano senza dubbio i protagonisti, ma anche altri che sono parte integrante della corte e affascinano come Matilde, la serva fedele del marchese o Cordulo. Per l’abile maestria dell’autore si ha l’idea di come si muovevano tutti i membri della corte e come si svolgeva la vita tra signori (feudatari) e i servitori (coloni). Tra storia e leggenda, prosa, poesia e musica barocca – l’autore – rievoca il romanzo storico sul modello manzoniano, ma allo stesso tempo non si appesantisce di questa eredità adottando una scrittura semplice, intrigante per raccontare la storia di due amanti e porre la centralità dell’amore come sigillo di ogni cosa, della vita stessa.

L’amore è il deus ex machina del racconto calato in una cornice storica che vede manifestarsi come il Rinascimento e il Barocco. Incanta nel “Il sigillo del marchese” lo stile barocco, basta sfogliare le pagine e ci si accorge dell’eleganza, la bellezza che stupisce, strana e raffinata nelle descrizioni nel castello di Caballino, nelle tradizioni, nei costumi. E chissà che non sia un caso che proprio in questo secolo Giuseppe Pascali intarsia il suo romanzo nel quale nasce il genere “romanzo” in Italia.
Evade, coinvolge un vasto pubblico il romanzo e gode di un pathos condivisibile e amabile così come accade nel vivere “Il sigillo del marchese” di Giuseppe Pascali. Alessandra Peluso